Il tema della doppia proprietà Red Bull ritorna ciclicamente, alimentato da sospetti, episodi isolati e vecchie ferite mai del tutto rimarginate. Ma Laurent Mekies sostiene che l’inizio del 2026 abbia già fornito prove chiare: la Racing Bulls non corre per favorire la squadra madre e le battaglie in pista lo dimostrano più di qualsiasi dichiarazione. Eppure, anche se ci sono stati duelli così duri, sorpassi rischiosi e piloti che si ostinano a non cedere nemmeno un centimetro alle Red Bull, i dubbi restano. E allora la domanda diventa inevitabile: cosa raccontano davvero le gare?

Il dibattito sulla proprietà comune è riesploso quando l’interesse — poi sfumato — di Mercedes verso Alpine ha spinto Zak Brown a scrivere alla FIA, denunciando i rischi di cooperazioni antisportive. Brown ha citato episodi come il giro veloce di Ricciardo a Singapore 2024 o l’ordine a Lawson di far passare Verstappen a Miami 2026.
Mekies, però, ha risposto con fermezza: «Stiamo sostenendo 11 squadre che corrono in modo indipendente in pista. Esiste un regolamento estremamente preciso e dettagliato sul trasferimento del personale e sul periodo minimo di attesa tra una squadra e l’altra. Non solo rispettiamo i regolamenti della FIA, ma ci autoimponiamo anche un periodo più lungo».
Poi l’invito ai media: guardare le gare e non fare illazioni.
«Dall’inizio dell’anno avrete moltissimi esempi», ha sorriso. E gli esempi, in effetti, non mancano.
In Australia, Lindblad e Hadjar hanno dato vita a una battaglia feroce, perdendo persino una posizione a favore di Hamilton. Lindblad ha poi resistito a lungo a Verstappen, nonostante il team gli avesse ricordato di non sprecare gomme contro una Red Bull più veloce. In Cina, Lawson ha superato Hadjar nella Sprint, mentre Lindblad ha difeso con decisione su Verstappen, costringendolo all’errore alla curva 1. Anche Lawson ha reso la vita difficile al quattro volte campione, affiancandolo in curva 7 prima di cedere la posizione.
Il Giappone è stato il caso più emblematico. Lindblad ha difeso con aggressività estrema su Hadjar, cambiando traiettoria più volte e costringendo il compagno di marca quasi sull’erba. «Ma che c***o sta facendo?», ha urlato Hadjar via radio. «Si muove come un...». Due giri dopo, la scena si è ripetuta, con tanto di bandiera bianca e nera per Lindblad. Hadjar è passato solo grazie alla strategia, non certo alla collaborazione.
L’unico episodio che ha alimentato davvero il sospetto è arrivato a Miami, quando Lawson ha lasciato passare Verstappen dopo un contatto in curva 11. Il neozelandese era convinto di aver ragione: «È stato lui a venirmi addosso. Non capisco».
Il team gli ha chiesto comunque di restituire la posizione, ma Lawson ha poi chiarito: «Abbiamo commesso un errore. Non avremmo dovuto farlo. Non l’abbiamo esaminata come si deve e, se dovessimo rifarlo, non agiremmo nello stesso modo».
Da Monaco a Barcellona, nessun altro episodio ha alimentato dubbi: solo sorpassi normali, spesso duri, sempre dettati dalle situazioni di gara.
È vero che il tema più delicato resta quello dei trasferimenti di personale e della proprietà intellettuale — e probabilmente non scomparirà mai. Ma sul piano più visibile, quello della pista, la Racing Bulls non ha mostrato alcuna volontà di agevolare la Red Bull. Anzi, spesso ha fatto l’opposto.
Ma è davvero così?