Sono passati ormai 4 anni dall’inizio del conflitto in Ucraina, e l’indignazione iniziale è stata sostituita da indifferenza, da una nuova normalità; ormai le notizie sui bombardamenti, i morti e la distruzione sono diventati solo un riempitivo dei telegiornali. Nelle prime fasi della guerra, diverse potenze mondiali decisero alcune sanzioni per la Russia, tra cui il divieto di partecipare a competizioni sportive di alto calibro; molti degli atleti, però, potevano gareggiare con una bandiera neutrale, o sfruttando qualche gioco di cittadinanza.
Tra le organizzazioni sportive che parteciparono al bando c’era anche la FIA, e così piloti come Nikita Mazepin o Robert Schwartzman si trovarono a girare gli autodromi di mezzo mondo con altre licenze. La Federazione non si limitò solo a punire gli atleti, ma anche le squadre e tutte le organizzazioni legate alla Russia; fu cancellato a tempo indeterminato anche il GP di San Pietroburgo, che avrebbe dovuto sostituire Sochi. Tuttavia, a partire da oggi la bandiera del Paese potrà ritornare a sventolare, in quanto sarebbe “caduto il principio di neutralità”.
Questa decisione segue quella del Comitato Olimpico Internazionale di rimuovere il bando, presa a marzo di quest’anno, ma non ci sono legami diretti: ogni ente sportivo è indipendente, e agisce solo secondo i suoi interessi. Tuttavia, non ci sarà alcuna gara nei territori ancora coinvolti dal conflitto, o nei Paesi che lo sostengono. “Continueremo a monitorare la situazione in Ucraina, e ci riserveremo il diritto di applicare ulteriori sanzioni”, prosegue la lettera. La decisione è destinata a fare discutere, sebbene sulla griglia delle principali competizioni motoristiche non ci siano molti nomi russi. E mentre il motorsport dimentica, per chi sa quale ragione politica, a Kiev si muore ancora sotto le bombe.
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