Poker face

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All’Hungaroring la Ferrari era obbligata a vincere per diversi motivi. In primis doveva riscattare la batosta di Silverstone e dimostrare di essere in grado di aggiornare la propria monoposto con la stessa efficacia con cui si lo fanno gli avversari

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All’Hungaroring la Ferrari era obbligata a vincere per diversi motivi. In primis doveva riscattare la batosta di Silverstone e dimostrare di essere in grado di aggiornare la propria monoposto con la stessa efficacia con cui lo fanno gli avversari. Ma soprattutto sapeva che non poteva permettersi passi falsi in un circuito amico come quello magiaro, le cui peculiarità valorizzano il progetto di Maranello. Le prossime due gare sono favorevoli invece alle caratteristiche della Mercedes ed è quasi sicuro che tra il Belgio e l’Italia Lewis Hamilton riuscirà a ritoccare il suo già ricco palmares: perdere una chance del genere era quindi imperdonabile.

Le cose si erano messe bene ieri con una supremazia imbarazzante in qualifica e stavano volgendo al meglio in gara grazie ad un’eccellente partenza di entrambi i piloti e un ritmo che, nei primi giri, era di un secondo più rapido rispetto a quello del più diretto avversario. Ma poi qualcosa ha iniziato a non funzionare sul volante di Vettel che, giro dopo giro, perdeva decimi preziosi. Quella che doveva essere una cavalcata trionfale si è trasformata in una partita di poker giocata a nervi tesi, in cui a metà gara alla Ferrari hanno deciso di giocare l’all-in, preferendo l’incertezza del bottino pieno alla sicurezza quasi matematica di un ritorno alla vittoria di Raikkonen. L’assedio al fortino rosso portato dalla Mercedes è stato estenuante e ha scritto una delle pagine più intense della Formula 1 degli ultimi anni.


Alla fine il pragmatismo della scuderia di Maranello (10 e lode) ha avuto la meglio e così Vettel (10) è riuscito a conquistare la quarta vittoria stagionale, migliorando l’annata 2015 in cui aveva raccolto tre successi. Il suo vantaggio su Hamilton ha preso un po’ più consistenza, in attesa di vedere quello che succederà nelle prossime gare. Gran parte del merito è però da imputarsi a Kimi Raikkonen (10 e lode), perfetto nel ruolo di scudiero “alla Bergher”: ha difeso il compagno in partenza e durante tutta la seconda metà della gara, quando ha impedito prima a Bottas e poi al campione in carica di impensierire la doppietta Ferrari. A parità di condizioni non era riuscito a tenere il passo di Vettel, ma avrebbe davvero meritato la vittoria per la conduzione del week-end in generale. Ottimo lavoro.

La Mercedes (8) ha regalato invece un momento di autentica sportività che onestamente non mi sarei atteso di vedere da parte del team di Stoccarda. Un pallido Hamilton (7), una volta ottenuto il lasciapassare per portare l’attacco a Raikkonen, non è mai realmente riuscito ad impensierire la Ferrari e all’ultima curva ha restituito il posto al compagno di squadra (8), sin troppo plateale nel concedergli temporaneamente la terza posizione. In questo modo il numero 44 perde ulteriori tre punti da Vettel; nella speranza che il divario che li separerà ad Abu Dhabi sia superiore, rimane il dubbio sulla paternità di tale decisione, perché il linguaggio del corpo del team manager Toto Wolff non sembrava molto entusiasta di un gesto che resta comunque lodevole.

Per quanto la gara di Budapest abbia vissuto sull’onda lunga della tensione tra le due squadre più forti dello schieramento, Max Verstappen (3) non ha mancato la ribalta dei riflettori. A farne le spese questa volta nientemeno che il compagno di squadra, preso letteralmente a sportellate come si fa alla PlayStation quando si vuole fare una curva pur sapendo di non poterla affrontare a causa dell’eccessiva velocità. Non è la prima volta che l’olandese ne combina di grosse, ma è la prima che viene sanzionato in modo così pesante: uno stop and go di 10 secondi che gli ha fatto perdere la possibilità, tutt’altro che remota, di lottare per la vittoria. Pur essendo assolutamente favorevole alla punizione comminata al pilota della Red Bull, mi resta il dubbio sul metro di giudizio dei commissari. Che differenza c’è tra l’errore di Verstappen e quello di Bottas a Baku? Perché al finlandese non è stata data alcuna penalità? Seguendo lo stesso ragionamento ci si potrebbe chiedere come mai a Verstappen sia stato dato lo stesso stop and go inflitto a Vettel, che sempre a Baku aveva compiuto una manovra molto più grave.

Domande che come al solito ci fanno capire come sia necessario istituire un collegio permanente di commissari che ragionino seguendo sempre le stesse logiche sia per il rispetto della competizione in pista che per quello dei telespettatori.

Un’ultima nota di merito per il superbo Fernando Alonso (10 e lode) che ha spinto la McLaren-Honda oltre ogni limite conquistando non solo un sesto posto che ha dell’eroico ma addirittura il giro veloce in gara. Quante volte dobbiamo dire che si merita una macchina migliore?


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