L'alba di Ayrton

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L'alba ha un colore incerto, come una tonalità di grigio sfumato, forse come il velo che quel giorno appannava gli specchietti della McLaren numero sette, vestita come un pacchetto di sigarette, imprendibile fino a un certo punto.
Montecarlo è sempre un'opinione, come un tuono da comprimere in una lattina; come girare in bici nel salotto di casa, disse una volta Nelson Piquet. Massima celebrazione mondana della Formula Uno, sua negazione al tempo stesso. Che non sai mai se il prossimo guardrail sia il confine o la fine, se una traiettoria riesca a respirare fino al prossimo passaggio sotto il tunnel.

A ogni giro aumentava un tono, il telecronista brasiliano, come fosse una finale dei mondiali con la Selecao in vantaggio; invece era un giorno di giugno del 1984, di un momentaneo autunno fuori stagione, di nuvole d'acqua soffiate sulla visiera di chi si ostinava a inseguire. È sempre sotto la pioggia, che germogliano i fiori più belli.


Cosa vede Alain Prost? Ha il problema e il vantaggio di guardare davanti, asfalto contorto da arrotolare, bisbigli di classe da sussurrare al motore, per tenerlo buono, chiedendo alle gomme scolpite di procedere a tastoni, capofila di un trenino che a ogni curva artificiale rischia di impazzire, dove ognuno è artefice del proprio destino soltanto fino a che sono d'accordo i freni, la trasmissione, le sospensioni, i centimetri che il cordolo ti concede di invadere. Scie sempre più profonde, prigioniere di altrettanti palloncini di gocce impazzite, che a malapena si distingue una Ferrari, ammesso che sia ancora una Ferrari, perché qualcosa non torna, in quel mentre in cui qualcuno si insinua. Ecco perché il telecronista brasiliano, se potesse, scenderebbe a spingere; invece può solo continuare a urlare, soffiando la benzina dei suoi aggettivi sul fuoco della propria incredulità.

Un temporale estivo può anche regalare qualche chicco di grandine, bianca come quella macchina che non tutti conoscono, che in pochi avevano previsto: è vestita di caffè italiano sul musetto, sembra più affamata delle altre, come se non sapesse più aspettare. Lo capisce Niki Lauda, non uno qualsiasi, quando si defila con l'altra McLaren, la numero otto, lasciando strada a un puntino giallo, quasi fluorescente, che nessuna nuvola potrebbe riuscire a oscurare del tutto: è il casco del suo giovane pilota, che quel telecronista chiama per nome, come fosse un figlio, per coccolare la sua rimonta. Lauda nel frattempo si ferma, perché il suo testacoda fa lo sgambetto a una sospensione; è cominciata da poco ed è già successo troppo: il primo a pensarlo è proprio Prost, dentro la tuta fradicia, che ora non è più così solo, mentre cuce pazientemente ogni curva con la successiva: il francese non ha neanche più il rosso di Alboreto, nei retrovisori miopi, perché una Toleman bianca, con un puntino giallo al centro, sembra protendere l'alettone sempre più vicino ai suoi tubi di scarico. Il pubblico nemmeno la sente più, la maledetta pioggia, protetto dall'adrenalina che un brasiliano semisconosciuto sta comunicando attraverso il volante alla sua monoposto.

Inesorabile come la sorte dei predestinati, la Toleman bianca sembra affilare i denti per azzannare la coda Della McLaren e a ogni cambio di marcia sembra di ascoltare le note di "Singing in the rain", perché chi è speciale canta e balla sotto la stessa pioggia dalla quale gli altri badano solo a difendersi; c'è un Gene Kelly sotto il giallo fluorescente di quel casco, c'è un sorpasso che impregna l'aria già umida del Principato come uno spettro che a breve si manifesterà, perché la Toleman balla sotto la pioggia, mentre Prost custodisce tra i guanti il pulcino bagnato di un vantaggio sempre più esile.

Bandiera a scacchi, bandiera rossa: troppi colori per lo stesso istante, per il medesimo traguardo: accosta la McLaren di Prost, a qualche metro dal direttore di gara; sfila la Toleman il cui giovane pilota sembra aver vinto, da come alza il braccio; forse il telecronista brasiliano è il primo a capire, forse si ricorda anche che la bandiera non l'ha alzata uno dei tanti, perché il direttore di gara è Jacky Ickx, uno degli dei della Formula Uno tra gli anni sessanta e settanta, uno che corre ancora coi prototipi della Porsche, la stessa casa che fornisce i motori turbo alla McLaren. Sembra che abbia interrotto al trentunesimo giro dopo che Prost gli ha fatto un cenno inequivocabile. Prost, che vincendo solo meno di mezza gara avrà diritto alla metà del punteggio, ossia quattro punti e mezzo al posto dei canonici nove.

Sul podio, più storto del naso del vincitore è l'umore del ragazzo, che quasi non saluta il Principe Ranieri: ha tutto il broncio della gioventù che si sente defraudata di un qualcosa che gli spetta di diritto, ha tutto l'orgoglio di chi ha gettato il cuore nella sua prima impresa. Spunta il sole di un casco giallo, su un podio di Montecarlo dove un ragazzo di San Paolo sta vivendo la sua alba: per quel poco di gara che c'è stata, il telecronista del suo paese lo ha sempre chiamato per nome: Ayrton


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ayrton senna | montecarlo 1984 | prost | storie f1 |


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