Zandvoort '85, l'ultimo valzer di Niki Lauda

Zandvoort '85, l'ultimo valzer di Niki Lauda

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- La nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del tramonto -
G.W. Hegel 

 

Alla fine di agosto il sole si fa più dolce, più nitida la sua luce: sono gli ultimi passi di danza dell'estate, terra di mezzo di un presente che sta già diventando ricordo.

Tiepido sole d'Olanda, brezza del Mare del nord, che sembra fatta apposta per soffiarle tutte assieme, le sensazioni di una vita, o forse di due, se uno ha avuto la ventura di tornare dopo essersene andato quasi del tutto: a Zandvoort la pista è vicinissima alla spiaggia, che sputa sull'asfalto granelli di sabbia; al termine del lunghissimo rettilineo si complicano le linee, le traiettorie si attorcigliano. Sulla visiera di Niki Lauda, quel giorno, ogni minuscolo graffio ricordava un avversario superato, un punto conquistato, un giorno trascorso quasi sdraiato in una vasca di benzina, mentre un nastro grigio scorre davanti quasi impazzito. È in quel "quasi" che si rannicchia la vita dei piloti, la sua conservazione, per quanto è possibile; il suo senso, sempre a braccetto con la possibilità che ogni passaggio sul traguardo possa essere l'ultimo.


Vestita di bianco e di rosso, come il più celebre pacchetto di sigarette del mondo, La McLaren numero uno parte dalla decima posizione, il 25 agosto del 1985. Niki Lauda fissa un punto imprecisato dinanzi a sé, con gli occhi che bucano la maschera bianca, come quelli di tutti i piloti; ma i suoi hanno intorno i segni di una seconda vita, iniziata quando la prima stava per finire, tornata dall'inferno per il solo gusto di raccontarlo. Ormai le piaghe non sono più livide, la pelle accartocciata dalle fiamme non è più così sottile: proprio per questo, sembra che non abbia mai avuto un'altra faccia prima di questa.

C'è il momento giusto per ogni cosa, per ogni decisione, anche quella già presa per quando la stagione sarà finita; c'è una storia che va avanti comunque, anche quando gli imperatori escono di scena. Però vanno preservati i momenti in cui chi è stato grande condivide lo stesso orizzonte con chi è destinato a esserlo. Perché c'è ancora un presente, sotto un cielo mutevole, dove il canto dei pistoni confonde le linee del tempo e forse il Tag-Porsche della Mc Laren canta con le note più alte di tutte, che in prova sviluppano ottocento cavalli di potenza: un'orchestra di tuoni educati da un valzer cadenzato, sotto la bacchetta di un direttore irripetibile. Quando Lauda sorpassa, ha già capito prima dove sarebbe avvenuto: il musetto con numero uno scivola lungo una traiettoria incisa dal bisturi del chirurgo viennese, che chiede strada ancora per una volta a Nelson Piquet, a Keke Rosberg, alla Lotus nera dentro la quale spicca il casco giallo di Ayrton Senna, all'altra Mc Laren di Alain Prost, uno che sta imparando tutto quello che Lauda può insegnare, persino troppo in fretta. Però il sole d'Olanda, molle come la mescola delle Good Year che si portano appresso anche i granelli di sabbia chiara, finissima, oggi dedica tutta la sua luce alle ultime volte che vanno in scena sull'asfalto. Oggi, 25 agosto 1985, quei granelli non li portano vento e mare: è il tempo residuo che li fa cadere dalla clessidra, per la pista di Zandvoort e per l'ultima vittoria di Niki Lauda. A fine stagione, la Formula Uno andrà avanti senza di loro, come va avanti ogni cosa; se meglio o peggio lo dirà il tempo; di certo non andrà avanti allo stesso modo, perché tra i campioni che verranno sarà impossibile trovare un altro Niki Lauda e perché non ci sarà più bisogno di sentire una macchina col culo, come dice lui testualmente, senza mai provare imbarazzo per le sue battute, più affilate dei suoi denti da vampiro. 

È per questo che si gode ogni giro, è per questo che a ogni sorpasso i telecronisti di ogni lingua e paese alzano i toni di una cronaca che è anche un tributo. Ogni uomo avverte quando sta facendo qualcosa per l'ultima volta, forse; ma non può mai saperlo del tutto. Di certo lui guida come se lo sapesse, fino a quando non si ritrova primo, seguito dall'altra Mc Laren di Prost e dalla Lotus di Senna. Sotto la bandiera a scacchi, passa un'epoca intera: di meccanica mostruosa da domare con pochi appigli elettronici, di troppi avversari che mancano all'appello, di duelli rusticani vestiti di sigarette, o di carburanti, ricambi per auto, merendine.

Chissà cosa vede, quando guarda in basso, dall'ultimo gradino più alto del suo ultimo podio, Niki Lauda: forse i paradossi di una vita da figlio di papà, per il quale l'unico divieto erano proprio le corse; oppure la faccia imbarazzata dei camerieri di quel ristorante di Monza, poche settimane dopo l'incidente, quando pretese di cenare al centro della sala, per mostrare a tutti come era diventato il suo volto, e non nella saletta che volevano riservargli. O forse vede la chioma di James Hunt, agli antipodi del suo modo di essere ma gemello nella sfida. O gli occhiali scuri del Vecchio, che dovette arrendersi all'evidenza che persino una Ferrari può diventare migliore, se la mette a punto quel ragazzo di Vienna.

Ecco perché indugia, sopra quel podio, tra le bandiere tardive e i microfoni, questo sole discreto del cielo d'Olanda: se potesse, prolungherebbe all'infinito l'ultimo valzer di Niki Lauda. 


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