Buonanotte ai suonatori

Buonanotte ai suonatori

Facciamo due calcoli: Lewis Hamilton ha 112 punti, Bottas 7 in meno; Verstappen, da oggi terzo in classifica, ne ha quasi la metà. La Mercedes ha tutti quelli disponibili, record mai visto prima: 217; la Ferrari, seconda, quasi la metà.

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Facciamo due calcoli: Lewis Hamilton ha 112 punti, Bottas 7 in meno; Verstappen, da oggi terzo in classifica, ne ha quasi la metà. La Mercedes ha tutti quelli disponibili, record mai visto prima: 217; la Ferrari, seconda, quasi la metà.

Se fossimo i dirigenti di Liberty Media qualche grossa preoccupazione cominceremo ad averla, perché se al posto di un Bottas che sta tenendo attaccata la spina dello spettacolo, ci fosse un Ocon laqualunque la tabella starebbe iniziando a recitare il de profundis del campionato. Alla quinta gara.

Possiamo solo sperare che il finlandese continui ad essere quello visto fino a ieri pomeriggio per posticipare di qualche settimana l’estrema unzione, ma se il campione in carica (10) entra nella famosa modalità martello vista oggi (giusto per rispondere all’accetta del compagno di squadra) potremo benissimo chiudere baracca e burattini tra poco più di un mese e mezzo, ossia all’indomani della Gran Premio d’Austria: non sarà nemmeno il giro di boa ma a quel punto le gerarchie all’interno della Mercedes potrebbero essere ben definite e non dovremo più organizzare le vacanze controllando il calendario.


In una pista dove tutti possono raggiungere il proprio limite, la superiorità della stella a tre punte è stata a dir poco imbarazzante. A parte qualche brivido alla partenza le due frecce d’argento hanno scavato un solco incolmabile anche per il bravissimo Verstappen e non ci sono, all’orizzonte, spiragli di un cambiamento di scenario.

Il regno della Mercedes, che dura da sei anni e che segue ad un altro periodo segnato dalla sola Red Bull, corrisponde ai uno dei momenti più bui della storia della Formula 1: non lo scriviamo perché siamo tifosi della Ferrari o dell’Alfa Romeo, ma semplicemente perché non si era mai visto un dominio di questa portata senza che qualcuno intervenisse dall’alto a livellare le prestazioni e a permettere una sana alternanza sul gradino più alto del podio. Dovremmo attendere fino al 2021 per vedere qualcosa di diverso (forse), ma sino ad allora la musica sarà sempre la stessa e questo è chiaramente un male per lo spettacolo e per gli spettatori.

La Red Bull, pur con tutti i suoi limiti, ha iniziato la rincorsa: dispone di un motore in ottima forma e di un pilota che non ne sbaglia una. Max (9) ha ottenuto più di quanto la sua vettura gli avrebbe permesso se la Ferrari non avesse, come al solito, fatto casino: un meritatissimo terzo posto che non fa altro che confermare la maturità raggiunta dal telaio, che pagava mezzo secondo al Cavallino, e dal pilota olandese. È passato un anno esatto dai disastri di Montecarlo: sembra un’eternità, ma sono solo dodici mesi in cui Verstappen si è consacrato dimostrando che un giorno, in un modo o nell’altro, scriverà il proprio nome nell’albo d’oro della Formula 1.

C’è poco da aggiungere parlando della Ferrari. Vettel (7) ha giocato l’all-in alla prima curva (giustamente), ma ha danneggiato le gomme e perso la possibilità di mantenere il gradino più basso del podio, obbiettivo che solo tre mesi fa sembrava sin troppo pessimistico; Leclerc (5) invece ha ancora una volta compromesso il week-end con le qualifiche. Avrebbe potuto essere quello che toglieva le castagne dal fuoco e invece finisce ancora una volta dietro la lavagna: deve darsi una regolata, e in fretta. A sua discolpa si capisce che a Maranello regna sovrana la confusione: Binotto si ostina a dire che hanno capito i punti su cui lavorare, forse sarebbe anche il momento di mettersi all’opera, visto che lo spaventoso numero di figure da cioccolatini che stanno collezionando da inizio stagione (o sarebbe meglio scrivere da anni?). La Haas (o per meglio dire la Dallara), con un motore più vecchio, un budget nemmeno lontanamente paragonabile e due piloti abituati a mangiare il catrame (complimenti soprattutto a Magnussen, 9, verso cui troppo spesso viene puntato l’indice) piuttosto che a fare dichiarazioni sulle copertine dei giornali, ha quasi raggiunto la scuderia madre.

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