Un uomo solo al comando

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C’è qualcosa di eroico nella vittoria di Leclerc a Monza

L’epica di un ragazzino che, in sella alla sua scassata Chiorda (6), sfida i carrarmati tedeschi capeggiati dal ciclista più vincente di tutti i tempi.

Gimondi (10 e lode) non si fa trarre in inganno dal primo tentativo di fuga in partenza e fa la voce grossa, chiudendo la porta alla prima curva con l’autorevolezza di un veterano.

Il Cannibale (7) incassa elegantemente, perché sa che è solo l’inizio della tappa e non si tratta certo di una resa, ma di una semplice tregua sino al primo Gran Premio della Montagna: alle sue spalle c’è il gregario (6) che gli tiene la ruota senza infastidirlo, mentre quello vestito in rosso (1) crolla al primo cavalcavia, coinvolgendo nella caduta anche l’inattesa maglia rosa (7), sino a quel momento alla migliore prova della stagione.

Ora Gimondi è solo al comando, con due segugi che gli annusano le caviglie pur senza riuscire a mordergliele. La Molteni allora prova la stessa strategia che l’anno prima aveva consentito a Merckx di vincere su Zoetemelk (4), fermandolo per primo per cambiargli bicicletta. La Salvarani, memore del passato, risponde con prontezza: ora le gomme di Gimondi sono più dure e pesanti, ma dovrebbero permettergli di arrivare fino alla fine. Bruyere prende la testa del gruppo, ma sa che prima o dopo dovrà fermarsi a sua volta. Alle sue spalle Gimondi continua la sua cavalcata eroica, senza mai guardarsi indietro: Merckx vorrebbe passare alla curva della Roggia, ma Felice gli nega il tentativo, dimostrando a Santambrogio come ci si comporta in certe situazioni e ricevendo una severissima ammonizione che non veniva sbandierata dall’epoca di Coppi.


Ma il Cannibale non molla: è il campione in carica e lo vuole dimostrare, conquistando l’ennesimo successo nel giardino del rivale. Felice ha uno sbandamento: dopo 200 km con l’avversario alle spalle sembra cedere alla curva del rettifilo, ma stringe i denti, sputa sangue e riesce a rimanere ancora davanti a Merckx. Ormai è una lotta senza quartiere: il campione tenta l’allungo ad ogni metro, ma il nostro eroe risponde contro ogni previsione, contro ogni logica. In un massacrante gioco di nervi alla fine ha la peggio, incredibilmente, proprio Merckx: lui che non ha quasi mai perso deve arrendersi di fronte al muro innalzato dal ciclista della Salvarani, e si accontenta della maglia bianca di giornata. Ma per Felice non è finita: è il fresco Bruyere a dare il cambio al Cannibale. Per il piccolo gigante della Salvarani gli ultimi chilometri sono un calvario: sente il fiato sul collo, non ha più nessuna energia, eppure il traguardo è lì, a portata di mano. L’ammiraglia gli dice che serve solo un ultimo, titanico sforzo: e alla fine tra due ali di folla delirante, l’eroico Gimondi alza al cielo le braccia.

Merckx avrà vinto il Tour de France, ma la storia, sull’Alpe d’Huez, l’ha scritta Gimondi. Il ragazzino esausto scende dalla bicicletta e si toglie il berrettino: il sole gli bacia la fronte sudata e un fiume rosso inizia a sgorgare per chilometri. È nata una storia d’amore.

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