Anche se i destini della Ferrari e di Jean Todt si sono separati da tempo, risulta impossibile non associare, ancora oggi, il nome del francese a quello della casa di Maranello.
Questo binomio riporta in modo immediato, per tutti, alla mente il periodo d’oro della Ferrari in F1, negli anni della golden age di Schumacher all’inizio degli anni 2000, caratterizzato da cinque titoli mondiali piloti consecutivi e sei titoli costruttori che, numeri alla mano, hanno scritto la storia della F1.
Un team, quasi una macchina da guerra, che però non è stato plasmato in modo casuale, ma è diventato tale grazie al duro lavoro del Cavallino e del manager francese, iniziato fin dal suo insediamento in rosso a metà del 1993.
Un lungo percorso di avvicinamento che, di fatto, portò i suoi frutti solo dopo otto anni di attesa, difficoltà e momenti no, nei quali Todt finì più volte sul banco degli imputati. Ma alla fine il tempo gli ha dato ragione.
Dopo aver chiuso l'era d'oro del Cavallino e di Michael Schumacher, Jean rimase team principal della Scuderia fino alla fine del 2007, per poi lasciare ogni ruolo a Maranello nel 2009, dopo ben 16 anni di attività e soddisfazioni.
Alla fine di quell'anno, l'ex uomo Peugeot si candidò e vinse le elezioni per la presidenza della FIA, sublimando così la sua carriera con un ruolo di primo piano.
Eppure, nella chiacchierata al podcast High Performance, Todt ha svelato un clamoroso retroscena, ignoto ai più, relativo proprio alla sua carriera post Ferrari. L'ex ferrarista, una volta lasciata la Rossa, ricevette un’offerta dalla Red Bull per prendere le redini delle attività del motorsport dell’azienda austriaca.
Un'offerta che Jean rifiutò senza esitare, appena chiusa la storia con la Ferrari, lasciando così Christian Horner al suo posto in Red Bull e privando la F1 di quella che sarebbe stata una clamorosa sliding door.
“Quando lasciai la Ferrari, Dietrich Mateschitz voleva che mi unissi alla Red Bull. Venne due volte a pranzo a casa mia a Parigi. Ci teneva, era interessato. Non gli piaceva viaggiare, ma venne ugualmente. Mi chiese di dirigere il team e gestire le attività motoristiche della Red Bull. Gli dissi di no, quel capitolo per me era chiuso. Avevo gestito con successo un marchio iconico. Non potevo fare di meglio. E volevo dedicarmi ad altre cose”.
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