Il giro di preparazione è diventato un rompicapo
Nel paddock cresce la preoccupazione: i giri di preparazione delle F1 2026 sono diventati un rompicapo di comandi e micro‑gesti. E un singolo errore può compromettere l’intera qualifica.

20/05/2026 15:45:00 Tempo di lettura: 4 minuti

Nel paddock lo ammettono senza giri di parole: il giro di preparazione delle F1 2026 è diventato un gioco di riflessi, quasi una versione esasperata di “Bop It!”. Non si tratta più di semplici gesti, ma di una sequenza continua di comandi su acceleratore, batteria, turbocompressore, gomme e traffico. E qui un errore non fa perdere un gioco: fa perdere una qualifica.

 

Un carico di lavoro che esplode

 Il giro di preparazione è diventato un rompicapo

I piloti devono mantenere l’acceleratore completamente premuto in un punto, sotto il sessanta per cento in un altro, evitare di sovraccaricare la batteria e impedire che la pressione del turbocompressore cali.
Tutto questo mentre portano le gomme nella finestra giusta, gestiscono il traffico e mantengono distanze precise.

James Vowles lo ha detto chiaramente: stiamo chiedendo troppo. Preparare le gomme entro due gradi, controllare il traffico, modulare l’acceleratore tra il venti e il quaranta per cento, verificare la carica della batteria e affrontare l’ultima curva a piena potenza.
Quattro secondi di operazioni che sembrano un esercizio impossibile.

A Miami, questa complessità ha rovinato giri decisivi. Kimi Antonelli ha perso la pole della Sprint, Lando Norris ha compromesso la qualifica principale, Alex Albon non è entrato in Q2. Solo i dati, dopo, hanno spiegato cosa fosse andato storto. Nel caso di Norris, la pressione del turbocompressore non era stata portata abbastanza in alto.
L’unità elettrica ha compensato, sottraendo energia utile per la spinta verso curva 1. Andrea Stella lo ha riassunto così: tutto è delicato, tutto è interconnesso.

 

Il caso Albon e la fragilità del sistema

Il giro di uscita di Albon in Q2 è l’esempio più chiaro. Gli viene chiesto di accelerare completamente, poi al sessanta per cento, poi di nuovo completamente per tre secondi. Sono istruzioni pensate per portare la batteria allo stato ideale e far girare il turbocompressore alla velocità giusta.

Ma quando rallenta per lasciar passare il traffico — il compagno Carlos Sainz — rilascia del tutto l’acceleratore. Quel gesto, corretto sportivamente, resetta gli algoritmi della vettura.
Quando accelera di nuovo, il sistema consuma energia in un modo non previsto. Albon arriva al traguardo con meno potenza e perde tre decimi e mezzo già alla curva 1.

«Cerchi di essere corretto, ma rischi di rovinarti tutto», ha detto.

Miami era insidiosa, con un lungo rettilineo seguito da una curva stretta.
Ma anche Montreal presenta un tratto simile: i piloti dovranno perfezionare carica, acceleratore e traffico senza sbagliare nulla. Albon lo ha sintetizzato: tutti sono al limite nel gestire gomme, traffico e unità di potenza. E la domanda resta aperta: serve davvero tutta questa complessità, soprattutto con Monaco alle porte?


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