Nel motorhome Ferrari, nel giovedì sospeso di Monaco, Lewis Hamilton parla con una sincerità che raramente concede. Formula1.it è presente all’incontro, e ciò che emerge non è una semplice analisi del weekend, ma un racconto che attraversa tecnica, fiducia, memoria e un passato che continua a pesare sul presente.
Hamilton parte dalla Ferrari e dal tracciato:
«Direi che il tracciato probabilmente ci favorisce rispetto ad altri. Sui lunghi rettilinei perderemmo molto meno e non credo che la potenza sarà necessariamente un grosso problema».
Poi aggiunge:
«La nostra vettura è buona alle basse velocità, quindi penso che saremo competitivi», mentre «non saremo necessariamente i più veloci», ma con la possibilità di restare comunque in lotta grazie al pacchetto tecnico.

Quando gli chiedono quanto del suo miglioramento sia merito della nuova auto e quanto del lavoro interno, Hamilton si apre:
«È una cosa enorme. Ciò di cui la maggior parte delle persone non si rende conto è il lavoro che si svolge dietro le quinte».
Poi entra nel dettaglio:
«Sono arrivato in una squadra che ha tutto ciò che serve per avere successo, ma deve solo mettere i pezzi del puzzle al posto giusto».
«Mi sono impegnato al 100%… nella prima parte dello scorso anno è stata molto, molto dura».
Il ruolo di Vasseur è stato decisivo:
«Fred è stato fantastico nel lavorare con me e nell’aiutarmi… gli ingegneri hanno detto che era un milione di volte meglio rispetto all’anno scorso».
Poi la frase che racconta la svolta tecnica:
«Stiamo ancora navigando, abbiamo ancora molta strada da fare, ma siamo sulla strada giusta».
Sul carico aerodinamico di Monaco è diretto:
«È probabilmente il circuito con il carico aerodinamico più basso che abbiamo mai avuto su questa pista».
Il futuro contrattuale non lo sfiora:
«Non è un pensiero e non è un argomento di conversazione».
Poi arriva uno dei passaggi più forti dell’intervista:
«La collaborazione tra pilota e ingegnere è molto, molto importante».
Hamilton racconta la costruzione della simbiosi:
«Cerchi di descrivere il problema curva per curva, ingresso, metà, uscita».
E poi la frase che pesa come un simbolo:
«Sento davvero che Carlo è come il mio Bono italiano».
«È molto calmo. È proprio nei dettagli che riusciamo ad approfondire insieme. La nostra intesa è qualcosa che mi fa bene».
Quando parla della McLaren, Hamilton si scalda:
«Ho ancora un debole per la McLaren. Sono incredibilmente grato a Ron».
«Non sarei qui oggi se non fosse stato per lui».
Poi racconta:
«Adoro le persone che vanno controcorrente. Che dimostrano che gli altri si sbagliano».
Su Monaco poi aggiunge:
«Questa è casa mia… ogni volta che vengo qui mi capita sempre di ripensare a quando ero più giovane».
Quando finisce, nel motorhome c’è un silenzio che non è imbarazzo: è rispetto.
Hamilton non ha fatto un’intervista, ha raccontato la sua vita, mostrando perché è qui, perché la Ferrari lo sta cambiando e perché Monaco, per lui, non è mai solo una gara.
È un ritorno al punto in cui tutto è iniziato e un passo verso ciò che vuole diventare.
Foto copertina www.ferrari.com
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