Nel sabato più importante dell’anno, quello in cui Monaco riduce il weekend a un solo giro, Kimi Antonelli firma un’altra prestazione che lascia il paddock a bocca aperta. Lo sguardo e le parole del suo ingegnere di pista, Peter Bonington, rivelano qualcosa che chi vive dall’esterno riesce a stento a capire. Non un giro perfetto, dice, ma uno di quelli che cambiano l’andamento di un weekend atipico come Monaco.

Bonington non nasconde la sorpresa, né la soddisfazione e anzi cerca di spiegarla a parole:
«Sono sicuro che tornerà e dirà che c'era ancora un decimo o due da guadagnare, lo fa sempre», ammette, quasi divertito da quella fame di perfezione che Antonelli porta con sé in ogni sessione.
«Non pensavo fosse possibile, guardando il distacco, pensavo sarebbe stata una qualifica serrata, ma poi nelle ultime due curve è andata meglio di come ci aspettassimo».
È un’immagine precisa: il giro che sembrava destinato a non bastare per mettersi davanti e invece trova proprio lì il margine decisivo, il decimo che nessuno vedeva, il lampo che trasforma un tentativo in un capolavoro.
E mentre il paddock si interroga su come un quasi ventenne possa muoversi con tanta naturalezza nel luogo più ostile della Formula 1, Bernie Collins riporta la discussione su un punto chiave: come si cresce un talento così, come si accompagna un pilota che sembra bruciare le tappe senza sentire la pressione di essere ormai un protagonista.
Bonington risponde con una filosofia semplice:
«Si tratta semplicemente di procedere passo dopo passo e cerchiamo di non concentrarci sull’obiettivo; ci si concentra sempre sul processo e ci si assicura che lui mantenga la concentrazione, che lavori sulle cose giuste, dandogli la libertà di fare ciò che gli piace, dandogli la libertà di godersi la guida dell’auto. È una cosa davvero importante: senza stressarsi troppo, godiamoci il viaggio e andiamo avanti, ma non lasciamoci prendere la mano, concentriamoci solo sullo scalare una montagna alla volta».
È un metodo che racconta molto del rapporto tra i due: rigore e leggerezza, disciplina e libertà, un equilibrio raro che permette ad Antonelli di crescere senza irrigidirsi, di migliorare senza perdere la sua identità.
Bonington entra nel dettaglio del weekend, e quando lo fa il quadro diventa ancora più chiaro:
«In FP1 siamo partiti alla grande e abbiamo pensato: wow, in realtà siamo in discreta forma qui; non siamo stati al top negli ultimi anni. Poi tutto è andato a rotoli in FP2».
È il classico venerdì di Monaco: instabile, ingannevole, pieno di false piste e di falsi valori in campo.
Ma la differenza, quest’anno, la fa Antonelli.
«La cosa fantastica è che lui mi guida», dice Bonington, e in questa frase c’è tutto: un pilota che non subisce la macchina, ma la trascina, trascinando con sé anche il team.
«È arrivato stamattina, abbiamo esaminato un paio di dettagli, è saltato in macchina, completamente trasformato».
È la sintesi perfetta del suo talento: lucidità, sensibilità e velocità. E una capacità rara di trasformare un feedback in un decimo, un dettaglio in un vantaggio, un giro in un segnale che la Mercedes c’era anche se molti la davano ormai fuori dai giochi.
Bonington osserva Kimi, lo guida, lo accompagna, ma è il pilota a dettare il ritmo, a sorprendere, a trasformare ogni sessione in un passo avanti.
È un talento che cresce, che trascina, che illumina. E Monaco, ancora una volta, lo ha sottolineato rendendolo visibile a tutti.
Foto copertina x.com
Foto interna x.com
Tutte le news, le foto, il meteo, gli orari delle sessioni ed i tempi del Gran Premio di Monaco 2026