Binotto:Quando il modello di riferimento Ferrari fa comodo
Secondo l'ex Team Principal e DT della rossa, il team Audi è assimilabile al livello della Scuderia Ferrari nel 1995. Paragone che non sta in piedi...

18/08/2026 08:30:00 Tempo di lettura: 3 minuti

In molti sport esistono personaggi divisivi, capaci di spaccare l’opinione pubblica in merito alle proprie qualità. In Formula 1 uno di questi è certamente Mattia Binotto. L’ex team principal e direttore tecnico del Cavallino Rampante, dopo la lunghissima militanza in Ferrari, è tornato nella massima categoria del motorsport a capo del progetto Audi F1. Un incarico che testimonia lo spessore che il colosso tedesco gli ha riconosciuto, nonostante l’esperienza al timone della rossa non resterà negli annali. Sotto le mentite spoglie delle dimissioni, rese note il 29 novembre 2022, si celava il sollevamento dalle cariche ricoperte dal 2019 da parte del top management della storica scuderia modenese. Una ferita ancora aperta per il manager originario di Losanna.

I conti con il passato disorientano

Intervistato da L’Équipe lo scorso marzo, l’ex capo della GES del Cavallino Rampante rispose in modo eloquente quanto scomposto alla domanda se il suo modello di riferimento per portare il team Audi alla vittoria fosse quello di Maranello: "Perché dovrei farlo? Non vincono più nulla dal 2008. Io voglio che l’Audi vinca". Una verità ineludibile. Peccato che egli stesso sia stato uno dei protagonisti della lunga striscia di insuccessi che non è ancora terminata e rischia di superare quella intercorsa tra il mondiale di Jody Scheckter, datato 1979, e il trionfo liberatorio di Michael Schumacher in quel di Suzuka nel 2000. Il Team Audi sta affrontando dignitosamente la prima stagione in Formula 1, coincisa con la più grande rivoluzione tecnica nella storia della categoria. Una realtà complessa quella della casa dei quattro anelli, distribuita su tre poli tecnologici:

  • Hinwil, quartier generale storico della Sauber, convertito nella base operativa e di progettazione principale per il telaio e lo sviluppo della monoposto
  • Neuburg an der Donau, struttura dedicata interamente alla progettazione, costruzione e allo sviluppo della power unit ibrida
  • Bicester, hub tecnologico posizionato per attrarre i migliori talenti ingegneristici e promuovere partnership con i principali specialisti della catena di fornitura del settore

Quando il riferimento Ferrari fa comodo

In una recente intervista rilasciata a RacingNews365, il dirigente italosvizzero ha ammesso che il divario attualmente sussistente tra Audi e i top team è figlio di una netta differenza in termini di infrastrutture, retaggio di un recente passato dalle modeste ambizioni (Sauber). Secondo Binotto, dovranno essere ampliati il personale e valutati piani di espansione. Secondo il CEO e Team Principal della scuderia tedesca, oggi Audi si trova in una condizione assai simile a quella della Ferrari nel 1995. All’epoca la storica scuderia italiana aveva varato un imponente programma di riorganizzazione che portò alla centralizzazione di tutti i processi nel plant di Maranello, dopo il fallimentare ritorno di John Barnard. A partire dalla stagione successiva, fu messo in atto il più grande insourcing di tecnici tra i team, allorquando Ross Brawn e Rory Byrne (solo per citare le figure apicali) seguirono Michael Schumacher dopo aver vinto tutto con la Benetton. Detto questo, la suggestione di Binotto non sta in piedi. Quella Ferrari non era un team da mondiale, ma in diverse circostanze riuscì a giocarsi la vittoria nonostante non disponesse del miglior pilota in circolazione e l’affidabilità fosse ancora una chimera. Oltre alla (fortunosa) vittoria di Jean Alesi in Canada, la 412T2 avrebbe potuto tranquillamente vincere altri gran premi. Un livello di competitività che per Audi rischia di essere un miraggio ancora per qualche anno. Se la Ferrari non è un modello di successo, perché deve esserlo (impropriamente) nella sconfitta?

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