
Non era semplicemente contemplabile. Di conseguenza non poteva essere possibile. Non quel giorno, non dopo tutto ciò che aveva fatto, conquistato e – quell’anno in particolare – riconquistato.
Quasi da non volere che il fumo bianco finisse mai di diradarsi, come a voler restare sospesi nel dubbio. Conti alla mano e testa già a Interlagos, al gran premio successivo, quello che avrebbe coronato la rimonta perfetta, l’ottavo titolo mondiale, il sesto da ferrarista. La Renault di Alonso quasi sei secondi indietro, il ritmo consueto, premesse perfette per un’altra impresa. Frustrando ancora una volta chi non vedeva l’ora di vederlo cedere. Ma i veri perdenti sono altri: quelli che non sanno cosa significhi dare tutto, fino all’ultima stilla di talento.
La rimonta perfetta si alimentava di se stessa, tornata dopo tornata, morso dopo morso. Alonso, principe iberico per il trono di Francia, vedeva la corona allontanarsi a bordo di una sagoma rossa che sembrava destinata a trattenere tutto ciò che ancora non le avevano portato via.
È all’uscita da una curva lenta che al motore si chiede tutto quello che il motore ha, finché ce l’ha. Dopo trentacinque tornate, a Suzuka 2006, Michael Schumacher non è solo un pilota: è uno scultore che sta rifinendo il proprio capolavoro, con il cesello in mano per delineare i contorni del dominio. Ma stavolta il filo invisibile diventa fumo, bianco come ovatta: prima sottile, poi denso, fino ad avvolgere il casco.
Qualcuno spera che sia quello di Massa. Ma non è Francesca. È Michael. E dietro quella nube passa una Renault, la Renault. Quella di Alonso, che il titolo lo prende in quel momento. Il filo diventa una nuvola bianca, sospesa nel cielo sereno di Suzuka.
Scende un re dal trono. Gli almanacchi diranno che ha appena abdicato, ma in realtà non l’abbiamo mai visto così grande. Torna ai box calpestando il dolore con passo solenne, lo scettro immaginario nella destra, inciso con tutti i suoi allori. Uno spazio rimasto vuoto, per ciò che non potrà più essere.
Un vero re sa essere suddito del suo popolo. Ringrazia i meccanici uno per uno: per ogni dado, ogni cambio gomme, ogni litro di benzina che ha placato la sete della leggenda.
Poteva essere la sua impresa più grande. Forse, lo è ugualmente
Il circuito di Suzuka ha sempre avuto un legame speciale con Michael Schumacher.
L’8 ottobre 2000 fu il giorno della rinascita: il tedesco riportò alla Ferrari un titolo mondiale piloti che mancava da 21 anni. Dopo il traguardo, le lacrime sul podio e l’abbraccio con Todt e Brawn segnarono l’inizio di un’era irripetibile.
Sei anni dopo, stesso giorno, stesso circuito, ma un finale capovolto.
Un colpo al cuore per chi, davanti alla TV o ai box, sognava l’ultimo titolo in rosso.
Dopo la gara, Schumacher si presenta sereno ma segnato, con parole che restano impresse:
«È una grande delusione, non solo per me ma per tutta la squadra. Avevamo la macchina per vincere. Era da sei anni che non mi si rompeva un motore, ma questo è lo sport. Succede. Oggi non è andata, ma resterò sempre fiero di ciò che abbiamo costruito insieme.»
La sua ultima corsa mondiale si ferma così, non per un errore, ma per la sorte.
Eppure, nella compostezza di quelle parole e nello sguardo di chi aveva già vinto tutto, c’era la vera grandezza del campione.
L’8 ottobre resta una data simbolica per Maranello: il giorno in cui nacque un mito e, sei anni dopo, il giorno in cui il mito salutò con dignità e silenzio.
Un cerchio perfetto, chiuso nel rosso Ferrari, riaperto solo parzialmente dal breve ritorno in Mercedes del tedesco qualche anno dopo.