Nei test pre-stagionali 2026 la Aston Martin motorizzata Honda ha mostrato diversi problemi ed in particolare un limite che va oltre la classica “messa a punto” di inizio anno. Non si parla di software, né di temperature fuori controllo: il problema segnalato riguarda vibrazioni meccaniche che arrivano fino al sistema batteria, con effetti potenzialmente dannosi e, soprattutto, difficili da eliminare in tempi brevi.
Un video sul canale YouTube di Buchan Motorsport ha analizzato in dettaglio la difficile situazione in cui si trova oggi l'Aston Martin con la AMR26 progettata da Newey e la power unit Honda. Lo troverete in fondo all'articolo, noi lo useremo come base per le nostre considerazioni.
Per capire perché sia un problema particolarmente spinoso bisogna partire da un concetto semplice: in una Formula 1 moderna il motore non è solo la sorgente di potenza, ma anche un elemento strutturale. Il gruppo propulsore è imbullonato alla monoscocca in carbonio e lavora “in squadra” con cambio e sospensione posteriore. Questo significa che le oscillazioni prodotte dal motore (armoniche, risonanze, picchi di frequenza) possono propagarsi lungo la catena meccanica. Finché restano entro certi livelli, è normale. Quando invece entrano in risonanza con componenti sensibili, possono portare a problemi di affidabilità.
La power unit Honda RA626H
Il punto critico, qui, è la zona in cui convivono componenti elettrici e meccanici ad alta energia. Nel 2026 l’ibrido cambia pelle: la parte elettrica è più centrale, più “carica” in termini di potenza e gestione. Se si sceglie un'architettura del powertrain che porta alcune masse (come il gruppo della parte elettrica) più vicine alla batteria, il vantaggio può essere aerodinamico e di ingombri, ma aumenta anche la probabilità che vibrazioni e sollecitazioni arrivino dove non dovrebbero. Questo potrebbe essere stato l'errore di Newey: cercare un packaging estremo per ottimizzare bilanciamento ed aerodinamica sottovalutando alcune problematiche strutturali.
Perché la batteria soffre così tanto le vibrazioni? Per due motivi. Primo: è un pacco di celle con connessioni e cablaggi che devono restare stabili, soprattutto quando si richiedono picchi di potenza e fasi di rigenerazione. Secondo: vive in un alloggiamento rigido e “impacchettato”, quindi se l’insieme inizia a vibrare, l’energia non viene dissipata facilmente. Il rischio non è soltanto la rottura di un supporto: sono micro-danneggiamenti progressivi su connessioni, cablaggi, isolamento e contenitore. Tradotto: la prestazione può crollare, l’affidabilità diventa incerta, e la vettura può anche essere considerata non sicura sul long run.
Qui entra la differenza tra un problema “facile” e uno “difficile”. Un limite di raffreddamento lo gestisci con aperture, flussi, mapping prudenziale e aggiornamenti. Un’anomalia software la correggi, la testi, la distribuisci. Le vibrazioni, invece, sono spesso figlie del sistema completo: emergono davvero quando tutto è montato e la vettura gira in pista. Al banco prova puoi riprodurre molte condizioni, ma replicare l’insieme delle rigidezze reali, delle tolleranze di assemblaggio, delle frequenze eccitate dalle asperità del tracciato e dei carichi dinamici è molto più complesso. È per questo che, a volte, certe risonanze si scoprono tardi: non perché manchino i controlli, ma perché servono le condizioni “vere”.
L'Aston Martin AMR26 progettata da Adrian Newey
La domanda successiva è inevitabile: cosa si può fare senza riscrivere il progetto? La prima risposta è intervenire sui supporti e fissaggi. In pratica si lavora su come la batteria è ancorata e su come le vibrazioni vengono trasmesse: irrigidire in un punto, smorzare in un altro, cambiare materiali, inserire elementi elastici dove possibile. Sembra banale, ma è un equilibrio delicatissimo: troppe elasticità e perdi precisione strutturale; troppa rigidità e amplifichi il problema. Inoltre ogni modifica deve rispettare regole di sicurezza, compatibilità elettrica, dissipazione termica e peso.
La seconda risposta, la più radicale, sarebbe ripensare il posizionamento di alcuni componenti della parte elettrica. Ma questo è l’ultimo scenario che un team vuole affrontare a ridosso del debutto: significa toccare packaging, cablaggi, raffreddamento, crash structure e persino filosofia aerodinamica. In una stagione che nasce “da foglio bianco” per tutti, rimettere mano all’architettura è come cambiare la spina dorsale a un atleta mentre sta per scendere in pista.
Da qui deriva l’aspetto più penalizzante: anche ammesso che la prestazione pura non sia ancora giudicabile (perché chi ha problemi di vibrazioni tende a non usare piena potenza e a ridurre i run), l’impatto sullo sviluppo può essere enorme. Se non puoi girare, non raccogli dati; se non raccogli dati, non capisci la vettura; se non capisci la vettura, arrivi alle prime gare con margini ridotti di set-up e di evoluzione.
Il problema di risonanze nel powertrain è una delle poche cose che possono trasformare un’idea promettente in una partenza complicata. La buona notizia è che, una volta identificata la fonte, esistono contromisure tecniche. La cattiva è che raramente sono immediate e spesso richiedono settimane di tentativi, correlazione e verifiche. Ma in questa F1, con così pochi test, recuperare significa spesso pensare già alla stagione successiva.
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