Il terzo posto di Max Verstappen in Canada è uno di quei risultati che pesano più del previsto: non era nelle previsioni, non era nelle sensazioni della vigilia e soprattutto non era nelle possibilità tecniche della Red Bull per buona parte del weekend. Eppure, complice il ritiro di George Russell e una gestione intelligente delle gomme, l’olandese porta a casa un podio che definisce “positivo”, ma che apre anche un discorso molto più profondo sul futuro della Formula 1 e sul rapporto tra pilota e regolamenti.

Intervistato da Rachel Brookes per Sky Sports F1, Verstappen non nasconde la sorpresa per il risultato ottenuto:
«No, no, di sicuro no, ma anche, ovviamente, a causa del ritiro di George, normalmente le due Mercedes sarebbero andate via. Quindi sì, per noi, ovviamente, un risultato positivo. Penso che con le gomme morbide siamo un po’ più competitivi».
Il nodo, come spesso accade in questa stagione, è la gestione delle mescole.
Con le soft, la sua Red Bull ha mostrato un passo dignitoso; con le medie, invece, tutto è diventato complicato:
«Con le medie, semplicemente non riuscivo a generare quella tenuta di cui avevamo bisogno qui. Le gomme non ci davano una buona sensazione, non hanno mai fatto davvero presa, non sono mai state nella finestra di temperatura, ed è per questo che penso che in quel turno sia stato un po' più difficile per noi. Ma comunque, penso che abbiamo ottenuto un buon risultato, sai, per noi essere sul podio».
Un’analisi lucida, tecnica, che conferma quanto la Red Bull stia vivendo un periodo di oscillazioni prestazionali molto più marcate rispetto al dominio degli ultimi anni.
La seconda parte dell’intervista entra nel tema più delicato: la frustrazione di Verstappen verso l’attuale filosofia delle power unit e della guida “anti-naturale” che, secondo lui, la Formula 1 sta imponendo.
Rachel Brookes gli chiede delle dichiarazioni circolate il giorno precedente, secondo cui non sarebbe mentalmente sostenibile continuare così.
La domanda è diretta: quale percentuale di contributo del motore termico vorrebbe?
Verstappen risponde senza esitazioni:
«Il minimo a cui puntano per il prossimo anno, quello è il minimo».
Brookes insiste: “E cioè?”
«Il 60-40».
E quando lei gli chiede se gli andrebbe bene, Verstappen ribadisce:
«Quello è il minimo».
Poi arriva il passaggio più forte, quello che racconta la sua vera posizione:
«Sì, beh, il fatto è che, ovviamente, so quanto possano sembrare autentici altri sport motoristici, capisci, quindi quando poi torni a questo, non è proprio piacevole. Non voglio essere troppo negativo ora dopo una gara come questa, ma so cosa si prova a guidare auto da corsa vere e a fare sorpassi veri, a fare gare vere e a guidare in modo naturale. Tutto questo è un po' come, specialmente in qualifica, qualcosa di molto anti-guida, anti-corsa, e non è questo che dovrebbe essere la Formula 1.
Quindi spero davvero che l'anno prossimo si possa arrivare a quel 60-40 perché questo, naturalmente, aiuterà un po' tutto».
È un messaggio chiaro, quasi un avvertimento: Verstappen non vuole una Formula 1 che si allontani dalla guida pura, dal controllo del pilota, dalla sensazione di “macchina vera”. E il suo riferimento agli altri sport motoristici — quelli che considera più autentici — non è casuale.
Il podio di Montréal è un risultato importante per Verstappen, ma è anche un punto di partenza per una riflessione più ampia.
Da un lato, la Red Bull deve ritrovare costanza e finestra di utilizzo delle gomme; dall’altro, la Formula 1 deve ascoltare il malessere di uno dei suoi protagonisti più influenti. Perché dietro quel terzo posto c’è un pilota che sa ancora fare la differenza, ma che chiede alla categoria di tornare a essere ciò che, secondo lui, dovrebbe essere: una sfida vera, naturale, da piloti veri.