Arrivare a Monza con una F40 non è stato un colpo di scena: è stato un omaggio al Cavallino. Lewis Hamilton ha scelto di presentarsi alla gara di casa della Ferrari con una delle vetture più iconiche mai costruite, non per stupire, ma per dichiarare qualcosa di più profondo, ovvero quanto ogni tanto la storia abbia necessità di essere tirata fuori.
Hamilton non ha comprato una F40: l’ha inseguita e lo racconta con quella sincerità che emerge solo quando un pilota parla di macchine che ama davvero.
«Questa è l’auto dei sogni», dice, e non è una frase fatta.
La cercava da anni, ma non ne voleva una qualunque: voleva una F40 autentica, con un chilometraggio minimo, nessuna vernice rifatta, nessun dettaglio compromesso. Sembrava essere una missione impossibile finché non è arrivata lei: una vettura acquistata dal proprietario, guidata da Maranello fino a casa — appena 60 km — e poi parcheggiata per sempre. Una macchina rimasta sospesa nel tempo, immobile, intatta. Hamilton la descrive come un reperto: la porta del passeggero mai aperta, il carbonio ancora vivo, nessuna alterazione.
E qui la storia smette di essere ricerca e diventa destino. Quando i tecnici hanno smontato l’auto per controllarla, hanno trovato il numero del motore: 44, come il numero con cui corre da anni. Tutto sembrava quindi riallinearsi in un modo inaspettato.
«Non potresti nemmeno pianificarlo», dice.
Ed è in quel momento che la F40 smette di essere un acquisto e diventa un segno, o meglio, un simbolo che lega Hamilton alla storia Ferrari in modo quasi narrativo, come se la macchina lo avesse aspettato.
Trovata l’auto, è arrivato il dilemma: conservarla come un’opera d’arte o riportarla in vita? Una F40 così è un oggetto sacro, un pezzo di storia che si potrebbe lasciare polveroso, immobile, come testimonianza di un’epoca e dell’amore per le auto di questo tipo.
Hamilton ci ha pensato a lungo.
«Mi ci è voluto un po’ per decidere», ammette.
Ma alla fine ha scelto la strada più coraggiosa: rimetterla a nuovo per poterla guidare fino a Monza, durante il GP di casa della Ferrari.
«Volevo guidarla per venire qui», racconta.
Perché arrivare a Monza con una F40 non è un gesto estetico: è un omaggio, un modo per portare la storia Ferrari alla Ferrari, nella sua gara di casa, davanti ai tifosi che vivono il Cavallino come un’eredità. E poi c’è un dettaglio che Hamilton sottolinea con orgoglio:
«Sono abbastanza sicuro che nessuno dei piloti Ferrari della storia sia mai arrivato con le auto più fighe che hanno… la GTO, la F40.»
E allora perché non farlo? Perché non trasformare un arrivo in un racconto? Perché non portare un pezzo di storia Ferrari nella Ferrari?
Monza è il luogo perfetto: la casa, il tempio, la radice.
«Probabilmente non mi ricapiterà mai più di farlo», dice. E forse proprio qui risiede l’unicità del gesto fatto da un campione con un’auto che rappresenta una delle vetture più iconiche del Cavallino.
Foto copertina x.com
Foto interna x.com
Tutte le news, le foto, il meteo, gli orari delle sessioni ed i tempi del Gran Premio d'Italia 2026