L’episodio relativo alla mancata sosta di Lewis Hamilton durante il recente Gran Premio di Singapore, nonostante l’ammissione di colpa del pilota britannico, ha inevitabilmente messo sotto i riflettori il tema della gestione dei piloti, non solo all’interno della Ferrari, ma in generale all’interno di ogni scuderia.
Quando all’interno dello stesso box convivono due piloti insigniti del ruolo di prima guida a pari merito, la gestione delle dinamiche gara per gara, la ricerca di un perfetto equilibrio di trattamento per entrambi e la scelta su chi avvantaggiare e chi sacrificare diventano inevitabilmente complesse e rischiano sempre di scontentare qualcuno.
Lo scontento è però il male minore: gli eventi di Singapore sono costati alla Ferrari un podio che era alla portata e molti punti iridati.
In molte altre gare, quest’anno e anche nel recente passato, la convivenza delle due prime guide a Maranello ha lasciato molti punti sul campo e creato qualche polemica, nonostante la Ferrari non sia da tempo in corsa per il traguardo iridato e lo scontro non sia mai diventato al calor bianco.
La Mercedes di questa stagione, invece, ha due prime guide di fatto ma non soffre problemi di gestione dei piloti solo grazie alla fortuna, o per meglio dire alla sfortuna che ha costretto Russell a tanti ritiri, escludendolo dalla lotta iridata.
Nel 2016, quando Hamilton e Rosberg si giocarono il mondiale ad armi pari, anche l’eccellente leader Toto Wolff commise errori di gestione che impattarono sulla convivenza dei piloti e sui risultati del team.
Nella passata stagione, McLaren ha seriamente rischiato di perdere il mondiale piloti per aver, discutibilmente, evitato di scegliere una prima guida, applicando le sue “papaya rules”, che per poco non sono diventate un’arma a doppio taglio.

Sempre McLaren, nel 2007, perse sostanzialmente il titolo piloti a causa della pessima gestione del binomio Alonso-Hamilton: il primo, ormai campione indiscusso, e il secondo, esordiente formidabile, seppe porsi allo stesso livello del proprio compagno.
Tra i due litiganti il titolo andò a Raikkonen, che approfittò delle inefficienze del team gestito ai tempi da Ron Dennis.
La storia della massima serie è piena di esempi in tal senso: nel 1988 e nel 1989, la guerra intestina tra Prost e Senna, sempre in McLaren, fu tra le più distruttive per l’armonia della squadra, sebbene non costò il campionato a causa della straripante superiorità della vettura realizzata a Woking.
Quindi, se c’è una cosa che la Formula 1 ci ha insegnato, è che quando si punta a vincere e non solo a partecipare, la ricetta è una sola e molto semplice: serve una prima guida assoluta, chiaramente e immediatamente designata, affiancata da un ottimo gregario.
Quella della coppia di piloti prima guida è una utopia, una illusione che il più delle volte costa cara.
Foto di copertina di Peter Kiss / WHYOUT Images
Foto interna di Finlay Williams / WHYOUT Images