La minaccia di Max Verstappen di lasciare la Formula 1 se le regole non cambieranno nel 2027 non è un bluff, né un esercizio di pressione politica. È un avvertimento che arriva dal cuore, come confermano fonti vicine al pilota.
A Montréal, dopo le qualifiche, Verstappen ha parlato con una franchezza che raramente si concede davanti alle telecamere: le attuali monoposto lo stanno logorando mentalmente. La gestione dell’energia, le limitazioni del motore, la necessità di adattare lo stile di guida a un sistema che penalizza chi spinge: tutto questo, per lui, non è più “gara”. È una tortura. E se la F1 non interverrà, lui se ne andrà. Non per un anno sabbatico. Non per aspettare tempi migliori. Se ne andrà davvero.
È una minaccia che pesa più di qualsiasi trattativa tecnica.

L’accordo di massima raggiunto dopo Miami — spostare la ripartizione della potenza dal 50/50 al 60/40 tra motore termico ed elettrico — sembrava aver aperto uno spiraglio. Verstappen ci aveva creduto.
Ma a Montréal è diventato chiaro che quell’unanimità si è dissolta. La proposta della FIA non è nemmeno arrivata al voto: non ci sono i numeri.
Per approvare il nuovo regolamento servono quattro costruttori su sei. Al momento, solo Mercedes e Red Bull sono favorevoli mentre Audi, Ferrari e Cadillac sono contrarie, mentre Honda resta in attesa, pronta ad allinearsi alla maggioranza.
Le ragioni del blocco sono diverse: Audi teme costi e tempistiche impossibili per un costruttore appena entrato. Ferrari e Cadillac temono che l’apertura dello sviluppo motori nel 2027 cancelli i meccanismi di recupero (ADUO) che oggi permettono a chi è indietro di colmare il gap.
Ferrari, in particolare, punta molto sull’ADUO per ridurre il distacco da Mercedes: se venisse revocato, o se tutti potessero sviluppare liberamente, il vantaggio Mercedes rischierebbe di diventare strutturale.
La FIA, però, non ha intenzione di aspettare.
Il tempo stringe: se si vuole cambiare nel 2027, i costruttori devono iniziare subito a progettare.
Ecco perché Nikolas Tombazis è stato visto correre da un motorista all’altro nel paddock canadese: serve un accordo, e serve adesso.
Con Ferrari e Cadillac ferme sulle proprie posizioni, l’unica strada per ottenere la maggioranza qualificata è convincere Audi. Se Audi dicesse sì, Honda seguirebbe e, a quel punto, Ferrari e Cadillac non avrebbero più il potere di bloccare il cambiamento: potrebbero solo negoziare un compromesso.
Audi, però, ha un problema enorme: rifare l’hardware del motore per il 2027 costerebbe circa 10 milioni di dollari, una cifra pesante per un costruttore appena entrato e già impegnato in investimenti colossali.
La FIA sta cercando soluzioni: margini nel budget cap, modifiche meno invasive, un pacchetto che non richieda un ripensamento totale.
Ma c’è un rischio che la F1 vuole evitare a tutti i costi:
un compromesso per il 2027 che costringa poi a riscrivere tutto nel 2028. Serve un accordo unico, stabile, valido fino al ritorno dei V8 previsto entro il 2031.
Nel frattempo, la tensione politica cresce. Se la maggioranza qualificata venisse raggiunta senza Ferrari e Cadillac, lo scontro sarebbe inevitabile.
Ma per la F1 sarebbe un prezzo accettabile rispetto all’idea di perdere il suo pilota più dominante.
Laurent Mekies, team principal Red Bull, lo ha detto chiaramente:
«Quando si tratta di ciò che conta per lo sport, arriveremo tutti al punto di fare la cosa giusta».
Tradotto: la F1 non può permettersi di restare così com’è.
Tutto ruota attorno a una domanda: Audi dirà sì? Se lo farà, il regolamento 2027 passerà; se non lo farà, la F1 rischia di perdere Max Verstappen e di trascinarsi un regolamento che nessuno — né piloti, né FIA, né FOM — considera sostenibile.
La posta in gioco non è solo tecnica e, mentre il paddock discute, una verità resta immobile:
la F1 non può permettersi di perdere il suo campione più dominante.
Ma, per la prima volta, è lui a dettare le condizioni.