Da diverse settimane Lewis Hamilton ripete lo stesso concetto. Lo ha fatto dopo il Canada, lo ha ribadito a Monaco e lo ha ripetuto nuovamente dopo il trionfo di Barcellona: la Ferrari, oggi, lo ascolta, e soprattutto la SF-26 è una vettura che sente sempre più sua.
Parole che molti hanno collegato al naturale processo di adattamento di Lewis alla Ferrari e della Ferrari a Lewis, dichiarazioni quasi inevitabili dopo il primo successo ottenuto in rosso. In realtà, secondo quanto appreso da Formula1.it, dietro quelle frasi potrebbe esserci qualcosa di molto più concreto e che affonda le proprie radici nel lavoro di sviluppo portato avanti a Maranello negli ultimi mesi.
Il pacchetto di aggiornamenti introdotto a Barcellona, quello che secondo diversi osservatori avrebbe consentito alla Ferrari di recuperare fino a sei decimi al giro e che Toto Wolff ha definito addirittura "monstre", sarebbe infatti nato da una precisa scelta tecnica maturata dopo l'analisi dei dati raccolti fino al GP del Giappone.
Una scelta che avrebbe visto Lewis Hamilton assumere un ruolo molto importante, da vero e proprio leader.
Secondo le nostre informazioni, le analisi più tecniche indicavano come particolarmente promettente una direzione di sviluppo orientata alla riduzione del drag. Una scelta comprensibile considerando le caratteristiche della SF-26: una monoposto penalizzata da un deficit di potenza rispetto ai migliori propulsori della griglia e da una gestione dell'energia elettrica meno efficiente rispetto ad alcuni rivali. Ridurre la resistenza aerodinamica avrebbe consentito di compensare almeno in parte questi limiti, anche accettando qualche compromesso sul fronte di un minor carico.
Hamilton, però, avrebbe sostenuto una tesi differente e chiesto ripetutamente una strada quasi opposta.
Il sette volte Campione del Mondo era sicuro che il vero margine di crescita della SF-26 non risiedesse nella ricerca della velocità di punta, bensì nell'aumento del carico aerodinamico, soprattutto al posteriore, mantenendo naturalmente il corretto equilibrio con l'avantreno.
Un approccio che poteva apparire controintuitivo. Molti osservatori consideravano infatti già allora la Ferrari una delle vetture più competitive nei tratti guidati e nelle curve a media e bassa velocità. Hamilton, in Canada, era stato sorprendentemente il primo a sottolineare pubblicamente come la SF-26 soffrisse in realtà di una carenza di carico aerodinamico.
Sarebbe stato Frederic Vasseur a decidere di seguire le indicazioni di Hamilton. Una valutazione che oggi, alla luce dei risultati ottenuti a Barcellona, assume inevitabilmente un significato diverso.
Secondo quanto emerge, anche Charles Leclerc avrebbe inizialmente avuto una visione differente, preferendo una vettura più scarica e veloce sul dritto, accettando un posteriore meno stabile. Una filosofia che peraltro si sposa perfettamente con le caratteristiche di guida che il monegasco ha spesso dimostrato di apprezzare nel corso della sua carriera. Le difficoltà incontrate a Monaco avrebbero però contribuito a modificare almeno in parte questa convinzione, favorendo una convergenza verso la direzione indicata da Hamilton.
Va precisato che questa indiscrezione non racconta una Ferrari che ha scelto di ignorare i dati o un simulatore non correlato o incapace di rappresentare correttamente la realtà. Al contrario. I dati erano presenti e la correlazione tra pista e strumenti di sviluppo non è mai stata messa (troppo) in discussione.
La differenza sarebbe stata nell'interpretazione di quei dati e soprattutto nella valutazione di dove si trovasse il maggiore potenziale di crescita della vettura. In altre parole, non è stata una sfida tra uomo e macchina, ma tra due modi diversi di leggere le stesse informazioni.
Rocky contro Ivan Drago. Da una parte la freddezza dei numeri, dall'altra l'esperienza, la sensibilità e l'ostinazione di chi ha passato quasi vent'anni a guidare monoposto di Formula 1 ai massimi livelli.
Forse è ancora presto per stabilire quanto del successo di Barcellona sia figlio di questa intuizione. Una cosa però appare evidente: se la Ferrari ha deciso di investire su un sette volte Campione del Mondo, non lo ha fatto (solo) soltanto per il valore mediatico del suo nome. Lo ha fatto anche per sfruttarne l'esperienza tecnica ed il primo a dichiararlo più volte è stato Vasseur.
E se davvero la rinascita della SF-26 è passata attraverso una direzione di sviluppo sostenuta con convinzione da Hamilton, allora quelle continue dichiarazioni sul fatto di sentirsi finalmente ascoltato assumono un significato molto meno simbolico e decisamente più concreto.