Nella Formula 1 moderna, i team non si limitano più ai dati interni per contestare una decisione: ogni immagine, ogni audio, ogni dettaglio pubblico può trasformarsi in una prova. È chiaro che, nell’era digitale, un appello non si vince solo nei box, ma anche nei media, sui social e persino nelle riunioni private.

I team hanno il diritto di presentare ricorso contro le decisioni dei commissari, ma solo se portano elementi che non siano stati ancora esaminati. È questa regola a spingerli verso territori sempre più creativi, come dimostra il caso Ferrari al GP del Canada 2019.
Per difendere Sebastian Vettel dalla penalità di cinque secondi per il rientro pericoloso su Hamilton, la Ferrari presentò tra le prove anche «un’analisi video effettuata da Karun Chandhok per Sky Sports dopo la gara». Un contenuto pensato per il pubblico, non per un tribunale sportivo. I commissari riconobbero che il filmato fosse “nuovo”, ma non “significativo né rilevante”, trattandosi di un’opinione di terzi. La penalità rimase e Vettel chiuse secondo.
Un anno dopo, nel caotico avvio della stagione 2020, fu la Red Bull a sfruttare un contenuto social per ribaltare una decisione. Il filmato a 360° della Mercedes di Hamilton, pubblicato dall’account ufficiale della F1, mostrava chiaramente un pannello giallo lampeggiante durante le qualifiche in Austria. Quel dettaglio, non disponibile ai commissari in tempo reale, portò a una penalità di tre posizioni inflitta a Hamilton a meno di un’ora dalla gara.
Così come, nel 2021, quando Red Bull tentò un’altra strada: ricreare la traiettoria di Hamilton alla Copse tramite una simulazione guidata da Albon. L’obiettivo era dimostrare che la collisione con Verstappen fosse inevitabile. Ma i commissari respinsero la prova: non era stata “scoperta”, bensì “creata”.
Non sempre servono dati complessi o video spettacolari per ottenere la revisione di una decisione. Ne rappresenta un esempio il GP degli Stati Uniti 2022, quando Alpine riuscì a far annullare la penalità di 30 secondi inflitta ad Alonso grazie a un dettaglio apparentemente banale: l’orario.
La Haas aveva presentato il proprio ricorso 24 minuti oltre il limite dei 30 previsti. La FIA lo aveva comunque accettato, ma Alpine utilizzò proprio quell’ammissione come “prova nuova” e vinse il ricorso.
L’ingegnosità, però, non sempre paga. Nel 2023, la McLaren tentò di difendere Norris dalla penalità per “guida antisportiva” dietro la safety car al GP del Canada. Tra le prove presentate figurava anche il verbale di una riunione dei direttori sportivi, in cui secondo McLaren vi sarebbe stato un “consenso” sul fatto che l’infrazione non dovesse essere punita.
La Williams negò che tale consenso esistesse e i commissari furono categorici: discussioni informali e “gentlemen’s agreements” non costituiscono prove. Ricorso respinto, Norris tredicesimo.
Nell’era digitale, ogni contenuto può diventare un’arma per ottenere la revisione di una penalità: Sky Pad, social, telecamere a 360°, verbali interni, perfino un orologio. Ma la creatività non basta. Ciò che conta davvero è la capacità di dimostrare che una prova sia nuova, significativa e rilevante.
È proprio questo il confine che separa un ricorso vincente da uno destinato a fallire: non la spettacolarità dell’elemento presentato, ma il suo reale valore nel modificare la valutazione dei commissari.
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